A’zaz sotto le bombe & riflessioni da giovane reporter

da A’ZAZ (Siria) – “Oggi (mercoledì 15 agosto -ndr-) un MIG dell’aviazione di Bashar al-Assad ha bombardato il centro i A’zaz: ci sono stati almeno trenta morti ed è stato colpito anche l’ospedale”. Questo ci dice uno dei ragazzi che nel campo profughi di Kilis ha aperto un piccolo chiosco dove prepara e vende falafel. Questo ci dice, o quantomeno questo capiamo, considerato che la conversazione era un grammelot di lingue, miscuglio di inglese, turco e arabo. Nel pomeriggio Tomas, l’amico e collega che condivide il container con me, aveva effettivamente visto quello che sembrava un aereo da caccia nel cielo sopra il campo. Ma non ci aveva fatto caso.

Durante tutta la serata invece i rumori della guerra, tornata improvvisamente su A’zaz, si fanno più chiari. Nel buio rimbombano i colpi dell’artiglieria e si intravedono i bagliori delle esplosioni e delle raffiche.

Se la decisione di visitare A’zaz presa la settimana precedente era stata un parto difficile, ora non è così. Se prima una serie di valutazioni logiche basate sull’esperienza di altri giovani freelance mi avevano convinto a varcare il confine perché i rischi erano assolutamente pochi, a ferragosto tutto cambia. L’ospedale che avevo visitato solo pochi giorni prima e di cui avevo scritto, poteva non esistere più perché colpito dalle bombe di Bashar al-Assad. Essere a circa cinque chilometri da tutto questo mi obbliga ad andare a verificare. Nonostante io non sia un giornalista professionista o un pubblicista, questo è quello in cui credo. Uno dei valori alla base della professione che vorrei intraprendere.

Il mattino seguente io e Tomas ci avviamo ai controlli di frontiera. Anche questa volta il tutto si dimostra molto semplice. Al di là un minibus con alcuni uomini della Free Syrian Army (FSA, la milizia che combatte il regime di al-Assad) ci porta nel centro. “Tutto quello che vedrete è per le bombe di ieri” ci spiega un ragazzo in t-shirt, accessori militari e Kalashnikov.

Per prima cosa accostiamo vicino a una berlina bianca abbandonata al ciglio della strada. Il parabrezza sfondato e la carrozzeria danneggiata fanno subito capire che cosa sia successo. La nostra guida ci spiega che proprio all’interno di quella macchina sono morte tre persone. Tra loro una bambina con un paio di ciabatte viola. Quando una delle portiere posteriori viene aperta lo spettacolo è impietoso. “Il sangue è ancora fresco… scatta, scatta”.

Poco più in là, nel centro di A’zaz, ci facciamo strada tra quello che rimane del quartiere bombardato solo poche ore prima, dove sono morte almeno 30 persone. Alcuni uomini sono al lavoro per recuperare quello che si è salvato e per liberare la strada dalle macerie. Dopo il dramma, si cerca di fare un po’ d’ordine nel caos della guerra: c’è chi spazza i vetri di una vetrina infranta e chi si aggira sconsolato qua e là.

Quando la nostra guida se ne va ci lascia con un monito: “state attenti. Se sentite il rumore di un aereo cercate di mettervi al riparo”. E ancora: “state attenti, mi raccomando. La situazione dopo ieri è difficile e ci dobbiamo aspettare di tutto”. Lo ringraziamo e a piedi raggiungiamo il piccolo ospedale che avevo visitato qualche giorno prima.

Arrivati nei pressi dell’edificio capiamo che la notizia che avevamo avuto nel campo di Kilis fortunatamente non era corretta. L’edificio in cui lavorano incessantemente quattro o cinque volontari è ancora al suo posto. Vista la nuova devastazione e verificato quanto ci eravamo prefissati, decidiamo di tornare verso il confine e di rientrare in Turchia.

“Io filmo solo la realtà. Non accetto mai scene preparate. Voglio immagini vere di quello che succede. Io lavoro così”. Questa la risposta di Elise, una giornalista francese dell’Agence France-Presse (AFP) quando le viene proposto di far organizzare un posto di blocco con miliziani della FSA per realizzare le riprese. È questo lo spirito del giornalismo: raccontare quello che si vede. Quello che si sente. E controllare per quanto possibile quanto si viene a sapere. È questa l’essenza del giornalismo.

Perché qualcuno si prenda la briga di farlo da luoghi difficili e pericolosi, è un altro tema da non sottovalutare. “Chi va in certi posti non può essere motivato solo dal dovere professionale”, ha scritto Kapuscinski, in ‘Lapidarium’. Anche Pino Scaccia, inviato storico della Rai ha affrontato questo tema: “c’è un mio amico carissimo, che una volta era pompiere e adesso ha un incarico importante, che una volta mi disse. «Sai che ho chiesto a mia moglie? Che quando suona la campana, non mi deve fermare». A noi inviati di frontiera non suona, tecnicamente, una campana ma il principio è lo stesso: quando ci chiamano, quando è successo qualcosa , non ci può fermare nessuno”.

Non è questione di coraggio, né di pazzia. Ennio Remondino racconta in un recente articolo di come rispose al giudizio contrario della Rai ad una missione a Sarajevo durante la guerra in Bosnia: «Saremmo io e Maurizi, oltre che te, a dover manlevare la Rai per la nostra “folle voglia” di andare a Sarajevo? Sia io che Maurizi abbiamo paura di andare a Sarajevo. Sappiamo meglio di tanti altri i rischi veri che corriamo. Ma appunto perché li conosciamo, perché abbiamo paura, perché siamo dei professionisti, sappiamo anche di poterci tutelare adeguatamente e di poter garantire quella informazione dal posto che qualifica la Rai» e tutto il giornalismo di qualità, aggiungo io.

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Published by: gcuscuna

Giacomo Cuscunà is an Italian humanitarian worker. He has been in Southern Turkey between 2012 and 2015 covering the Syrian conflict and focusing on civilians’ living conditions in Aleppo and Idlib regions. He later moved to Iraq, where he implemented various projects in Erbil and Tikrit, where he was based from 2015 to 2017. ​ He traveled extensively in Southern Turkey, Northern Syria and Iraq and published reportages and pictures from Iraq, Syria, Turkey, Jordan, Lebanon, Kosovo on the main Italian media outlets. Giacomo cooperates with the Italian NGOs No Peace Without Justice, Un Ponte Per, Intersos. ​ International Sciences and Diplomatic Relations graduate, he links his academic background to journalism and international cooperation.

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